Tutti i Piani di Assestamento forestale della Foresta di Vallombrosa furono redatti dai professori titolari della cattedra di Assestamento forestale prima del Regio Istituto Forestale, poi della Facoltà di Scienze agrarie e forestali dell’Università di Firenze, oggi Scuola di Agraria. Hanno quindi rappresentato quanto di più avanzato c’era nel campo scientifico e tecnico, che fino a oltre la metà del secolo scorso era rappresentato dalla teoria del cosiddetto “bosco normale”, un modello di riferimento teorico di organizzazione del bosco che puntava a ottenere una produzione legnosa annua, massima e pressoché costante. Per raggiungere questo scopo, la foresta veniva divisa in particelle omogenee per età e caratteristiche stazionali, da gestire con tagli programmati e successivi reimpianti (Per saperne di più clicca qui)
A partire dal 1876 la Foresta di Vallombrosa venne gestita secondo i canoni della Scienza forestale che si stava in quel tempo affermando e che veniva insegnata nel Regio Istituto Forestale di Vallombrosa.
Dal 1876 al 1970, la gestione delle abetine di Vallombrosa fu regolata da una serie di Piani di Assestamento forestale, strumenti pianificatori di durata decennale che definivano obiettivi, tecniche e tempi degli interventi da eseguire nel bosco. In Italia, questi piani rappresentano il cuore della gestione dei boschi pubblici.

Tutti i Piani di Assestamento forestale della Foresta di Vallombrosa furono redatti dai professori titolari della cattedra di Assestamento forestale prima del Regio Istituto Forestale, poi della Facoltà di Scienze agrarie e forestali dell’Università di Firenze, oggi Scuola di Agraria. Hanno quindi rappresentato quanto di più avanzato c’era nel campo scientifico e tecnico, che fino a oltre la metà del secolo scorso era rappresentato dalla teoria del cosiddetto “bosco normale”, un modello di riferimento teorico di organizzazione del bosco che puntava a ottenere una produzione legnosa annua, massima e pressoché costante. Per raggiungere questo scopo, la foresta veniva divisa in particelle omogenee per età e caratteristiche stazionali, da gestire con tagli programmati e successivi reimpianti.

Seguendo le orme dei monaci, le abetine venivano trattate con la tecnica del taglio raso a fine turno (età del taglio del bosco, fissato prima a 80, poi a 100 anni), seguita da un nuovo impianto di abete bianco, la specie simbolo della coltivazione monastica. Questo sistema perfezionava la gestione storica dei monaci, rendendola più sistematica e produttiva.
Dal 1876 al 1970 furono redatti 8 Piani di Assestamento, con cadenza pressoché regolare eccettuato per i due periodi bellici. In quasi un secolo la superficie di abetine pure e coetanee passò da poco più di 200 ettari a oltre 680 ettari, a seguito dell’impianto di abete sia in aree prive di bosco, campi e pascoli abbandonati, sia in sostituzione di tratti di bosco degradato di altre specie.