LE ABETINE DI VALLOMBROSA NEL MEDIOEVO-PRIMA ETA’ MODERNA

La millenaria storia di Vallombrosa e della sua Foresta è strettamente legata a quella dei monaci benedettini che hanno costruito la grandiosa Abbazia ed impiantato attorno ad essa le caratteristiche abetine. La Congregazione dei monaci benedettini vallombrosani fu fondata da San Giovanni Gualberto che, nel 1036, si ritirò a Vallombrosa in un luogo detto Acquabella unendosi a due monaci, Paolo e Guntelmo, che già vi conducevano vita eremitica.

Ben presto il cenobio vallombrosano cominciò a dotarsi di un sempre più ingente patrimonio fondiario, frutto, oltre che di acquisti, soprattutto di lasciti e donazioni. Le vaste proprietà vallombrosane in origine erano composte in prevalenza da terreni agricoli e pascolivi e in misura minore da quelli boscati. I boschi erano composti da querce, castagni, faggi, altre latifoglie, e in maniera più sporadica, da abete bianco.

Contrariamente a quanto si potrebbe pensare, i monaci non dissodarono sistematicamente i boschi per creare terreni agricoli. Al contrario, li gestirono con attenzione, distinguendo già dal XIII secolo tra le “silve”, aree soggette a usi comunitari, e i “boschi”, di uso quasi esclusivo dell’Abbazia. In quell’epoca, specie come il castagno e la quercia erano fondamentali per l’alimentazione e per la produzione di legno. L’interesse per l’abete bianco andò aumentando dal XIV secolo in poi, anche grazie alla crescente domanda di legname da costruzione da parte di Firenze. I monaci iniziarono così ad ampliare le loro proprietà forestali, regolando l’uso delle risorse e ponendo le basi di una gestione duratura.

Con l’arrivo del Granducato di Toscana, nel XVI secolo la foresta entrò in una nuova fase: la forte richiesta di legname per l’edilizia e la cantieristica navale delle città toscane portò all’estensione delle abetine, attraverso una gestione pianificata basata sulla creazione di impianti regolari di abete bianco. Si avviò così un modello produttivo che avrebbe lasciato un’impronta profonda nel paesaggio, visibile ancora oggi. Il primo documento in cui si parla estesamente della coltura dell’abete a Vallombrosa risale infatti al XVI secolo e a partire da questo periodo gli si dedicarono cure ancor maggiori che in passato. I monaci vallombrosani affinarono e attuarono una serie di regole e di tecniche gettando le basi della selvicoltura moderna.

Le osservazioni, riflessioni e indicazioni operative riguardanti la gestione dei boschi furono minuziosamente trascritte nei Libri delle Ricordanze, una sorta di diari in cui era annotata tutta la vita e l’attività in cui erano impegnati i monaci, che ancora oggi sono in parte conservati nella biblioteca dell’Abbazia, e che fanno emergere una grande conoscenza teorica e una grande capacità tecnica sviluppate nell’arco di diversi secoli. La selvicoltura messa a punto dai monaci vallombrosani si basava sulla creazione di abetine pure, coetanee, cioè con alberi tutti della stessa età, tramite il taglio su superfici prestabilite degli abeti all’età di circa 80 anni e la successiva piantagione di abete; nelle aree utilizzate vigeva il divieto di pascolo. Così l’abete bianco, seppur inizialmente meno diffuso, divenne la specie privilegiata per la qualità del suo legno e per la sua adattabilità a una gestione ordinata. Da nuclei sparsi la superficie coltivata con l’abete aumentò gradualmente fino a raggiungere, verso la metà del XIX secolo, circa 200 ettari. (Per saperne di più clicca qui)

IL SILVOMUSEO DI VALLOMBROSA
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